storia locale

VILLALVERNIA in breve…

Villalvernia si trova sulla sponda destra del torrente Scrivia ed è disposto a forma di anfiteatro, attorno e lungo quella parte di ex S.S. 35 dei Giovi che congiunge Cassano Spinola a Tortona. Il capoluogo è formato da una parte più antica, che digrada sul fianco di un’altura, delimitato dal Rio Castellania, e da una parte più recente, lungo la ex Strada Statale dei Giovi. Storicamente Villalvernia ha proprie gloriose tradizioni. Fra l’altro nell’anno 1773, venne eretta in Marchesato e in seguito confermata dagli Augusti Regnanti di Casa Savoia e tale rimase fino all’epoca dell’abolizione della feudalità. La famiglia intestataria di tale Marchesato si è definitivamente estinta nella persona del Generale Giuseppe Passalacqua, ultimo Marchese di Villalvernia, gloriosamente caduto sul Campo nel fatto d’arme di Novara: Medaglia d’oro al valor militare. Villalvernia ha l’onore di custodire in terra propria all’ombra dell’avito Castello la preziosa salma del suo Eroe, per virtù del quale il proprio nome figura come predicato feudale nel libro aureo del supremo valore italiano. A queste più lontane tradizioni, a questi Epici Fasti, Villalvernia ha aggiunto la gloria dei suoi Figli Caduti nella Grande Guerra e di due medaglie d’argento al valor militare. Economicamente, Villalvernia svolge la propria attività soprattutto in campo commerciale ed industriale, in minor parte in quello agricolo. Sul fronte edilizio tende ad espandersi verso levante.

 

 

A SPASSO NEI RICORDI
Terminata la guerra, che peraltro a Villalvernia aveva lasciato ferite profonde con il tragico bombardamento aereo del 1° dicembre 1944, gli intraprendenti ed operosi abitanti di questo paese avviarono una lenta e faticosa opera di ricostruzione e di ripresa. Il lavoro dei campi restava sempre l’occupazione fondamentale ma già s’intravedevano altre opportunità di lavoro. Due erano allora le attività economiche più consistenti : l’industria dolciaria “Secondino Ghiglino”, che produceva caramelle e confezionava prodotti tipici di cioccolato (boeri, uova di Pasqua, ecc.) e la fornace dei F.lli Vanoni, nella quale si cuocevano mattoni fatti a mano e laterizi di vario genere. Erano ubicate ai lati estremi del paese, la prima a sud in prossimità della stazione ferroviaria, la seconda a nord verso Tortona. Questi ricordi sono sicuramente nella memoria delle persone d’età più avanzata. Tornando alle due realtà sopraccitate, la “Fabbrica delle caramelle” costituiva per i ragazzi di allora l’attrazione più interessante e maliziosa; nei periodi di vacanza, sul mezzogiorno, essi si recavano puntualmente in prossimità dell’edificio per assistere alla prima uscita delle operaie, già belle di natura, ma ancora più graziose nelle loro vestagliette bianche o rosa confetto, ricamate con baffi color cioccolato. Per quanto riguarda la fornace, essa interessava i ragazzi nella misura in cui, al primo calare delle ombre della sera, dopo che il suono della sirena aveva congedato gli affaticati operai che si avviavano verso le proprie case con i loro pantaloni blu carichi di fango, riuscivano a trascorrere alcuni momenti di svago, giocando a nascondino al riparo dai “capannotti”, sotto i quali erano accatastati i mattoni da cuocere. Tutto questo cercando abilmente di eludere la stretta sorveglianza del burbero signor Peano che, non si sa come, sbucava all’improvviso da ogni angolo, quasi possedesse il dono dell’ubiquità. L’interesse dei ragazzi consisteva anche nell’osservare i due enormi cavalli del “CHILE” (Achille) che, tutti i giorni, continuavano ad attraversare le vie del paese lastricate di pietra, facendo la spola dalla cava alla fornace, trainando i loro pesanti carri quadrati, a sponde alte, stracolmi di pezzi di tufo grigio. Con l’aiuto dei cavalli, si diceva che il “CHILE” avesse tratto in salvo alcuni pescatori colti di sorpresa dalla piena del torrente Scrivia. Va ricordato, infatti, che sia lo Scrivia sia il Rile non hanno mai mancato di invadere cortili, case e cascinali, con le loro capricciose e a volte prorompenti incursioni. Almeno due alluvioni hanno lasciato, al loro passaggio, segni evidenti di devastazione : quella del 1963 e quella del 1977 sempre in autunno. La prima più estesa, la seconda più tumultuosa, tale da far crollare l’allora fragile ponte sullo Scrivia, costruito nella metà degli anni cinquanta e ricostruito subito dopo quest’ultima alluvione con dimensioni più grandi e più adatte a sopportare un traffico che, nel frattempo, era diventato sempre più intenso. Prima di costruire il ponte, l’attraversamento del torrente Scrivia era assicurato da una caratteristica barca, abilmente e faticosamente sospinta dal remo di Pietro Corbellini, un personaggio attorno al quale si potrebbero scrivere intere pagine di storia. In questa carrellata di ricordi non vanno dimenticate quelle giornate in cui, a distanza di qualche tempo dalla tragica alluvione del Polesine del 1951, incominciarono ad arrivare in paese numerose famiglie di veneti costretti, loro malgrado, ad abbandonare la propria terra. Gente semplice ma ricca d’orgoglio e di dignità, rude perché appesantita dalle fatiche, triste perché provata dal dolore, ma con un’immensa voglia di ricominciare, anche misurandosi nei lavori più faticosi e modesti. Dopo i primi anni ’60, a cavallo del boom economico, altri nostri connazionali, provenienti dal sud, iniziarono a prendere stabile dimora nel nostro paese. Tutti erano alla ricerca di quell’occupazione che la povertà delle loro terre non aveva consentito fosse loro offerta.

UN TEMPO LONTANO

Scriveva Papa Alessandro III in una bolla, che Villa era nominata in una bolla di Papa Lucio III (1144-45). Ma Villa è più antica. Essa possedeva i beni vicinali di cui fra poco, ed i beni vicinali sono di origine ligure, cioè appartenevano ad una comunità ligure che continuò attraverso un vico romano. Se ne deduce che Villa si riallaccia ad un nucleo ligure che formò poi un vico. Come si chiamasse questo vico e dove fosse si ignora. La parola Villa è latina. La Villa medioevale era in alto sopra una lingua di terra che si stacca dall’altipiano, antico alluvione dello Scrivia che si protende da Cassano a Carbonara. Detta lingua è circondata da ripe ed era resa più forte da mura di cui si vedono delle vestigie. A sud di essa era il Castello. E’ tradizione che per andare alla Villa da Tortona e dal Castellaro si saliva sull’altipiano. Non si ha memoria di fossato o di ponte levatoio, ma certamente dovevano esistere. Villa feudalmente dipendeva dal Vescovo, tuttavia non faceva parte del Vescovato. Era soggetta al Comune di Tortona per quanto riguarda il distretto. Questo Comune nel 1302 vi manteneva un piccolo presidio. Quando l’imperatore Federico Barbarossa si recò all’assedio di Tortona, un primo scaglione dei suoi soldati si alloggiò a Villa come scrive il Legè in Julia Dertona. Dopo la disfatta della città, alcuni prepotenti tentarono di usurparla al Vescovo, ma questi ricorse alla Santa Sede e si fece confermare l’antico possesso, e di nuovo se lo fece confermare da Papa Alessandro III nel 1162. Federico Barbarossa nel 1164 tolse Villa ai Tortonesi, ma otto anni dopo riconciliatosi con loro la restituì. Ciò nonostante nel 1190 si rese necessaria una nuova conferma che venne fatta dal Papa. Nel 1235 Villa (cosa assai frequente allora) era tenuta da un consorzio, di cui facevano parte Iozzolo e Oberto della Torre di Villa, Pietro Gambaldo di Villa, Ansaldo e Rubaldo della Torre di Villa, altro Ansaldo di Folco della Torre di Villa e dai fratelli Carlo e Guglielmo del fu Rubaldo Ferracano ed altri, i quali nel 1237 vendevano i boschi e i gerbidi che possedevano sullo Scrivia all’Abbazia di Rivalta. Benché feudo, Villa era anche comune, il quale all’8 luglio 1235 con tutta la credenza vendeva i boschi ed i gerbidi che aveva sullo Scrivia all’Abbazia di Rivalta. Le discordie tra Guelfi e Ghibellini entrarono anche in Villa; per toglierle Pietro Bono e Guido Villa consegnarono il castello e la villa a Guido e Mosca della Torre come fecero gli altri feudatari. Nel 1326 il Vescovo Princivalle Fieschi investì la metà del feudo a Giovanni e Francesco di Villa. Non sappiamo di che famiglia questi fossero; forse erano Busseti; fatto sta che un Vescovo privò un Busseti del feudo perché non gli pareva provata l’investitura, e che nel 1356 il Vescovo Giovanni Visconti, avendo esaminata la causa e trovatala legale restituì il feudo ai Busseti. Nel 1366 lo stesso Vescovo investì di Villa Giacometto di Villa secondo un autore, e Manfredo di Villa per 1/16 secondo un altro autore. Quando il Tortonese passò sotto la signoria dei Visconti Filippo Maria il 30 maggio 1513 investì Villa a Guglielmo della Tour d’Auvergne, ossia Alvernia, salvis juribus Mensae Episcopalis Derthonae. Nel 1441 il Vescovo Barbavara investì di Villa Pietro Antonio d’Alvernia, ed il vescovo Giacomo Botta nel 1477 ne investì i cugini Luigi e Guglielmo d’Alvernia. Questa famiglia tenne il feudo per 163 anni e da lei prese il nome aggiunto.

La famiglia Alvernia si spense nell’unica figlia Antonia che andò in sposa a Giovanni Francesco Spinola signore di Cassano ed a lui recò in dote il feudo, la quale traslazione fu approvata nel 1580 dal Re di Spagna e da Mons. Cesare Gambara, e poscia anche da Mons. Settala che ebbe diverse contestazioni cogli Spinola per cose di diritti. Settantatre anni dopo che gli Spinola erano in possesso di Villa, cioè nel 1653, da Filippo IV Re di Spagna il feudo venne elevato al titolo di Marchesato per Biagio Spinola. Ma anche la famiglia Spinola si spense, essendo morto il suddetto Biagio senza figli, e così il feudo rimase vacante. E qui facciamo un’osservazione. Dalle cose dette risulta che Villa era tenuta in signoria feudale dal Vescovo e dall’autorità civile; anzi il Vescovo nella questione col Marchese Biagio Spinola affermava di essere padrone della torre e di metà il feudo. E’ vero che le bolle papali parlavano di Villa, ma dal confronto con altre bolle col nome del luogo non si intendeva tutto il luogo, ma solo ciò che era in possesso senza determinare quanto. Il feudo vacante fu posto all’asta e fu acquistato da Pier Luigi Passalacqua, Maestro di Campo per il prezzo di L. 70 al focolare, cento lire per ogni tre lire di annua rendita e di mille lire per il castello al 22 giugno 1688. Nell’atto di acquisto non si parlava del titolo di Marchese, onde ne sorse una lite perchè il Passalacqua voleva quel titolo e l’Imperatore glielo negava. Frattanto il Tortonese passava a far parte dl Regno di Sardegna, ossia del Piemonte, e Re Vittorio Amedeo III al 10 settembre 1735 conferiva quel titolo a Giuseppe Luigi Passalacqua. Nell’investitura del Passalacqua non è più fatto cenno dei diritti feudali del Vescovo, quantunque questi conservasse proprietà e diritti feudali. Casa Savoia, proseguendo la sua politica accentratrice, nel 1751 ordinava che i beni feudali pervenuti al regio patrimonio fossero alienati: Villa non fu toccata da questa legge; fu però toccata da quella del 1797 con la quale si stabiliva che tutti i beni feudali, compresi i forni, i mulini e i pedaggi divenissero allodiali e soggetti ai carichi pubblici. Il governo francese poi abolì ogni residuo di feudalità. Nel 1819 al 20novembre, per istrumento rogato Montemerlo, Matteo Passalacqua comprava la metà dell’attuale castello e altri beni già feudali della Mensa. Nel registro dei morti di Villa si legge che furono trovati uccisi proditoriamente due soldati di un Pasalacqua. La famiglia Passalacqua si spense con la morte gloriosa del Maggior Generale Giuseppe che lasciò ogni suo bene alla consorte Marchesa Giuseppina Solaro Delborgo. I Passalacqua si resero benemeriti del paese, onde la comunità, per dimostrare la sua gratitudine, donava al Marchese Matteo alcuni pascoli e gerbidi vicinali. I Passalacqua prima del 1819 non abitavano a Villa, ma a Tortona nel loro palazzo che era nella via omonima o dove li chiamava il loro ufficio.

Nel quinto anniversario dalla morte del Generale Passalacqua

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