il dialetto locale

IL DIALETTO VILLALVERNIESE

Il dialetto è sempre stato parte integrante della nostra vita; era il nostro mondo, era la nostra cultura.

Il dialetto è, o meglio era, il mezzo corrente di espressione per una libera comunicazione del patrimonio di idee e di esperienze che ognuno di noi, ed in particolare il fanciullo, porta dentro di sé. Non vuole essere questo che un timido tentativo di recuperare un patrimonio di cultura che oggi, purtroppo, sembra andare irrimediabilmente perduto. E’ infatti estremamente raro oggi trovarsi di fronte giovani che usino ancora il dialetto, relegato oramai a mezzo di comunicazione riservato al mondo dei più anziani.

Avviamoci ora in un breve percorso che ci porterà almeno ad avere qualche piccola infarinatura sul dialetto locale.

BREVI CENNI INFORMATIVI

Risalire alla matrice del nostro dialetto, dargli una configurazione storica precisa, accertare gli influssi che può aver subito non è cosa facile; mancano, infatti, una bibliografia e degli studi specifici ed attendibili sul dialetto di Villalvernia.

Stabiliamo, per il momento, che il dialetto di Villalvernia fa parte della famiglia dei dialetti che ancora oggi si chiamano gallo-italici; resta più arduo dimostrare la prevalenza di un influsso del lombardo, del ligure, dell’emiliano o del piemontese. Riteniamo più chiaramente una propensione per una prevalenza di influsso dialettale ligure con realtà fonetiche frequentemente simili al francese.

Riflessioni grammaticali

Nel quadro delle riflessioni sul nostro dialetto, ci pare opportuno soffermare il discorso su alcune note di carattere grammaticale non ufficiali ma, derivanti da un linguaggio che si è tramandato nelle generazioni. Limitiamo il campo al solo uso degli articoli che sono la parte grammaticale del discorso più semplice in tutte le lingue. Nel dialetto di Villalvernia non si usa mai nessun articolo davanti ai nomi propri di persona, o di animale, (troviamo l’articolo solo davanti ad alcuni soprannomi), uso che troviamo invece, in forme piuttosto strane, che vanno da una semplice U ad una doppia E, nel dialetto di paesi a noi vicini, come ad esempio Carezzano o Pozzolo (es. : U Duilio, U Remo, EE Milio, EE Boby, ecc.), fino ad arrivare alla stessa Tortona dove si dice Ra Luisa.

Contrariamente all’italiano che ne ha soltanto due, nel dialetto di Villalvernia gli articoli maschili singolari sono tre : AR, U, L’. Mentre in italiano l’uso dell’articolo LO è limitato ai nomi che iniziano per vocale e solo a quelli che iniziano per le consonanti : S impura, Z, Gn, Pn, Ps, nel nostro dialetto l’articolo L’ è destinato ai nomi maschili singolari che iniziano per vocale (es : L’om), mentre gli articoli Ar e U si usano davanti ai nomi maschili singolari, dividendosi in parti pressoché uguali le consonanti che stanno all’inizio dei nomi stessi. Per cui l’articolo AR lo troviamo usato davanti a tutti i nomi maschili singolari che iniziano con le consonanti : C-B-G-F-M-P-Q-V.

Esempi : AR carèt – Ar babi – AR gat – AR fil – AR magu – AR pulaster – AR quader – AR vas

L’articolo U invece, si usa davanti a quelli che iniziano con le consonanti : D-L-N-R-S-T.

Esempi : U diau – U lébèr – U nig – U riS – U su – U tas

La lettera Z non compare, crediamo, in nessuna parola del nostro dialetto, ma assume un suono di una ESSE sonora, come ad esempio la S della parola italiana deSerto (es. : U Siu). Particolare interessante da notare, i tre articoli maschili singolari si semplificano, al plurale, nel solo articolo I (es. : I gat – I nig). Questa I, quando è usata davanti ai nomi plurali maschili che iniziano per vocale, va pronunciata in maniera quasi legata alla parola seguente, sul tipo della liaison francese (es. : I om). Lo stesso articolo I si ripete pure davanti ai nomi femminili plurali che iniziano per vocale (es. : I oc), con lo stesso sistema di legatura nella pronuncia, come nel caso precedente. I nomi femminili plurali che iniziano invece per consonante, prendono in prestito l’articolo maschile singolare AR (es. : AR socher – AR Magiustèr). Al singolare tutti i nomi femminili si fanno precedere dall’articolo A, se iniziano per consonante e dall’articolo L’ se iniziano per vocale (es. :A lümasâ – L’ocâ)

Alcuni cenni per la lettura del dialetto

Per facilitare la lettura delle parole dialettali inserite qui di seguito, dei modi di dire e dei proverbi, riportati più avanti e proposti da altri, abbiamo tentato di codificare alcuni segni grafici, indicandone i rispettivi suoni, convinti però di aver dato solo parziale soluzione al problema:

anzitutto, a causa della atipicità dei suoni presenti nel dialetto di Villalvernia, è molto difficile poterli raffrontare con i suoni di altri dialetti a noi vicini e sui quali, magari, sarebbe anche facile trovare indicazioni fornite da studiosi qualificati; in secondo luogo il nostro dialetto non possiede una letteratura sua, che possa rappresentare un testo valido sul quale condurre uno studio particolareggiato in merito; infine, diversi suoni sono pronunciati in maniera diversa, segno evidente che anche il nostro dialetto ha subito influssi a causa del rimarchevole movimento di popolazione verificatosi in questi ultimi tempi. Certo è che, solo coloro che conoscono bene questo dialetto e che ne hanno mantenuto nel loro linguaggio la genuinità, potranno leggerlo, capirlo e pronunciarlo con la giusta intonazione e l’opportuna cadenza, a prescindere dal modo con cui è stato trascritto il testo stesso.

Le vocali. La vocale – i – è l’unica che non presenta rimarchevoli variazioni di suono, fatta eccezione per quelle parole nelle quali potremmo sostituirla con un j (es. : fjo=figlio ; jatèr=gli altri). Per la vocale – e – è importante rispettare, nella pronuncia, l’accentazione stretta e larga (es. : bèciâ-italiano bène ; béstiâ-italiano pérché).

La vocale – a – specialmente in finale di parola assume un suono nel nostro dialetto, assai particolare, che sta fra una a ed una e molto larga e che si pronuncia in maniera aspirata. In questo caso noi trascriveremo con un accento circonflesso : â – (es. : béstiâ). La vocale – o – e la vocale – u – oltre alla trascrizione e quindi alla pronuncia normali, le troveremo scritte anche nel modo seguente :

– ö – quando ha lo stesso suono delle eu francese (es. : le feu – ar fög – il fuoco).

– ü – quando ha lo stesso suono della – u – francese (es. : le mur – au mür – il muro).

Le consonanti. Le consonanti che presentano alcune difficoltà nella pronuncia e quindi nella trascrizione sono : g – s – c.

Per queste ricorreremo alle seguenti trascrizioni :

– g – finale di parola, richiederà una pronuncia dolce, come nella parola italiana – giostra – (es. : a lég-la legge)

– G – finale di parola, richiederà una pronuncia di tipo gutturale, come nella parola italiana gatto (es. : ar foG-il fuoco)

– c – richiederà una pronuncia dolce, come nella parola italiana – ceci -(es. : u lac-il latte)

– C – richiederà un suono duro, come nella parola italiana – corda

– s – rappresenterà una esse sorda, come nella parola italiana – suono -(es. : a ciosâ-la chioccia)

– S – rappresenterà una esse sonora, come nella parola italiana – riso -(es. : u Siu-lo zio)

image

Töt i trop i stravacâ

Quancu fiocâ in si muröu l’â un invârn dâ cuiöu

A Madonâ candilöra ad l’ invârn a sumâ föra

Pâr Sân Valéntéi töt i vèint i spirâ maréi

 Sântâ Bibiânâ quarântâ dì e n’â smânâ

Pâr Sân Martéi töt ar must l’â véi

Andâ ch’un gâ n’â méiâ un sâ nin pö méiâ piâ

Febrar l’â cürt ma l’â péS d’un türc

Ar buséi i söu acmé ar sreSi, déciâ jöinâ is nin diSâ déS

Bastâ spiciai töt i téimp i vénâ

Ancù u tèimp e a paiâ i magürâ ar nâspul

Câu cu baiâ un mordâ mèiâ

Dumâ teimp a u teimp

Ar pröm d’avrì töt jasi i fèu curì

Va pièu sé tâ vö andà sèu

Pâr lavà i pagn bröt uG vö l’acquâ ciârâ

Pü tâ parl e pü ta sbali

Seintâ sèmper d’ parlâ poc

T’at pintirà sèimper d’avèi parlà ma mai d’avréi taSü

A rabiâ dâ sirâ löglà prâ matéi

Sbagliândâ ar pröm butöu u sa sbagliâ tötâ a butunerâ

L’â méi un öv in cö che nâ galéinâ admèu

Ar bèi l’â ad quèi chi sâl fèu vréi

Chiâ cun sa méjâ pârdunâ l’â un aSi dâ pasculà

Ar pröm cu sbagliâ l’ â quèl che l’â tröp sicür ad lü

 fâréinâ du diau â finésâ in brén

A Pasquetâ biâncâ lasagnètâ

Méiâ töti i canistré i söu cundì an cu âr bütir

Una votâ u curâ âr chèu e una votâ â curâ â lévrâ

Véiâ ar gat u rat u bâlâ

Ar caval bastunà uG lüsâ ar pèi

A lènguâ an gâ méiâ d’os ma ai fa rönt

Quanc’a fiocâ a venâ féinâ u vö dì che a s’incaméinâ

Pütost che avreiG a che fa ancù un éguéstâ a préférés gnì dür d’ureg e cürt ad véstâ

Forme dialettali

Rancas i déint e méti in sar caméi

Morire di fame

Andà a ciapà di rat

Togliersi di mezzo perché indesiderato

Lavurà acmé i cheu a ranchà l’ai

Lavorare senza impegno

L’om, l’asi e ar pulöu i sou i pü cuiöu

L’uomo è sciocco come l’asino e il tacchino

Andà d’acordi acmé i fré

Essere sempre in lite

Mangià pèu a tradimeint

Essere uno sfaticato, un parassita

Cantà e purtà a crus

Fare due cose opposte contemporaneamente

Stà in sasì

Stare in bilico, in posizione scomoda

U fa féi ar bèc a l’oca

Uno che sa fare di tutto

Vâg acmé dèu

Vecchio come …(parola intraducibile)

U gà alvà a mèsâ

Si è offeso così da non salutarlo più

Fà ar mort pâr méiâ es impicà

Saper fingere per non rischiare maggiormente

Andà fort acmé ar veint

Aver molta fretta

Gnurànt acmé un sébér

Uno che si lascia fare fesso facilmente

U pélâ a pulâ seinsa falâ crigà

Sapersi sottrarre abilmente da colpe

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