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IL NOVESE di giovedì 1° DICEMBRE 1983

VILLALVERNIA,VENERDI 1° DICEMBRE 1944

DAI RICORDI DI UN FERROVIERE

E’ stato scritto che tutto cominciò alle 14,15 e che si svolse in tre ondate. Ricordo, invece, che quando vidi quel primo grappolo di bombe precipitare su di noi erano, minuto più minuto meno, le 13,20. La seconda ed ultima ondata avvenne venti minuti dopo, alle 13,40. Dopo le 14, seguirono mitragliamenti sulla statale e sulla ferrovia verso Tortona. Le “fortezze volanti” americane (si dice 12)lanciarono circa 100 bombe che uccisero 109 civili e ne ferirono 235, rasero al suolo 24 case, ne danneggiarono gravemente 27 mentre altre 57 subirono danni più o meno gravi. Questo il tragico bilancio per un paese che contava , allora, 800 abitanti, più circa 350 sfollati e un po’ meno di 100 ferrovieri, senza neppure una sirena d’allarme . Causa della tragedia fu, appunto, la presenza dei ferrovieri costituenti la direzione compartimentale di Genova e, perciò, obiettivo militare (piuttosto discutibile).Quegli uffici erano stati sfollati ai primi di settembre, la maggior parte a Villalvernia ed il resto a Spineto, per sottrarli al pericolo costituito dalla loro ubicazione in Genova fra la stazione di Porta principe e il Porto. Era stato fatto una specie di referendum fra gli impiegati a causa dei pareri contrastanti fra gli stessi genovesi. Vinsero i sì per il trasloco grazie non solo a coloro che, come me, abitavano od erano già sfollati oltregiogo, ma anche ai molti genovesi che preferirono correre il rischio del viaggio giornaliero di andata e ritorno pur di avere la possibilità di portare a casa un po’ di pane, magari bianco, acquistato a borsa nera da aggiungere alla razione di un paio di etti o poco più a testa. A Villalvernia c’era il Movimento ed il Commerciale nel Municipio, i Lavori e la Trazione nella Società Operaia di M. S.
A Spineto gli addetti all’ufficio Personale compartimentale ed alle contabilità del Movimento e dei Lavori. Ricordo anche, perché fu causa indiretta della mia salvezza, che il Reparto telegrafo del Movimento fu sistemato in un salone del Castello . Essendo la mia famiglia sfollata a Predosa, ogni mattina , insieme al collega Alessandro
Chiodo, addetto alla manutenzione del centralino telefonico installato nel corpo sporgente sul lato posteriore del Municipio ,ci facevamo quei 25 Km. Che ci sono tra Predosa e Villalvernia, attraversando la Scrivia sulla barca di Pidréin perché allora il ponte non esisteva. Avevo una bicicletta nuova, una “ Santamaria”, ma tanto poco slatinà che persino nella discesa du sucru quasi dovevo pedalare: un prodotto di guerra…Il mio posto di lavoro era nel salone a sinistra al piano terreno del municipio, dove erano stipati in molti con le scrivanie addossate l’una all’altra. Era un buon posto perché alle spalle c’era il radiatore, sul quale facevo anche intiepidire il pasto che portavo da casa. Gli altri, genovesi, alle 14 andavano alla mensa e, per loro , era quasi un sollazzo perché, come già ho detto, approfittavano per rifornirsi di pane e di ogni altra cibaria offerta a borsa nera. Ripartivano per Genova, mi pare, poco dopo le 15 con un trenino speciale che raccoglieva anche quelli di Spineto (e che subì diversi mitragliamenti aerei).Di fronte , dall’altra parte del salone, c’erano quattro grandi finestre che davano sul giardino di una villetta in cui abitava una bimba di due o tre anni, dai lunghi capelli biondi, che sorrideva a tutti e da tutti riceveva carezze. Così quel venerdì 1° dicembre 1944 ero al mio posto di lavoro. Poco prima delle 13 venne il signor Paolini, il capo del telegrafo, pieno di freddo perché il suo salone – ufficio della castello era una specie di frigorifero. Veniva a portare la corrispondenza della giornata che io, con quella degli altri impiegati del Movimento, dovevo sottoporre alla firma del capo Sezione alle 13,30. Mi pregò di cedergli la mia sedia per potersi “scongelare” al calore del radiatore ed io mi potai sulla porta posteriore del fabbricato che dà verso la collina. Era una giornata limpida, il sole sfolgorava e la temperatura mite. Vidi Chiodo che indicava verso l’alto. Si sentiva, infatti, un ronzio, diverso da quello del ricognitore che da una decina di giorni continuava a girare sulla zona ed al quale eravamo ormai abituati. Era un ronzio più forte, sembrava prodotto da parecchi aerei: un po’ aumentava, un po’ diminuiva, in certi momenti pareva provenire dal cielo su Novi in altri da Alessandria e da Tortona. Ci scambiavamo i nostri timori: “ mica andranno a bombardare Novi?.” Alle 13,15 rientrai nel salone per raccogliere la corrispondenza. Paolini, però, mi pregò di lasciarlo ancora un po’ vicino al radiatore a “scaldarsi le ossa”: “Non si preoccupi per la corrispondenza- mi disse gliela sistemo io nelle cartelle”. Così tornai fuori pensando che per le 13,30 c’era ancora tempo. Sulla porta altri colleghi guardavano all’insù, preoccupati. Mi resi conto che il ronzio si stava tramutando in rombo. Guardai verso l’alto e all’improvviso vidi brillare al sole, come fosse d’argento, un gruppo, mi pare di tre aerei di quelli grossi. Sentii un rumore tremendo, come se venisse squarciata una immensa lamiera, e vidi staccarsi e precipitare oscillando e rotolando degli oggetti scuri: le bombe. Inconsciamente girai l’angolo del Municipio dirigendomi verso la villetta della bambina, poi- altrettanto inconsciamente – tornai indietro e mi rannicchiai fra l’angolo stesso e la porta, sotto al cornicione. In quell’istante le bombe scoppiarono tra il Municipio e la strada statale. Fra il fumo e la polvere delle esplosioni, i rottami che cadevano ovunque, vidi un collega di cui non ricordo il nome e che si trovava un passo dame, ma alo scoperto ,e che di colpo abbassò il capo e mi crollo accanto, morto. I boati di successive bombe li sentii più lontani, verso la strada. Resomi conto di essere incolume, fuggii inciampando nei cavi elettrici, nelle macerie, cadendo più volte nelle aiuole del giardinetto ( che ora non c’è più del Municipio. Poco al di la della adiacente Canonica infilai una stradina dentro un boschetto e finii sulla collina. Ora lassù’ ci sono alcune ville, il boschetto è dimezzato e al posto di quella stradina c’è una strada asfaltata. Ritrovai Chiodo e un altro collega, il geom. Armando Traversa della Sezione Speciale Lavori, i cui genitori e la sorella erano sfollati a Predosa. Gli aerei non si sentivamo più e dal paese salivano urla, fumo e fiamme. Decidemmo, perciò di scendere in paese per dare aiuto. Mentre attraversavamo il boschetto ,sentimmo gridare: “Toglietevi di lì! Volete fare da bersaglio. Era l’ing. Ferrero, Capo Compartimento, acquattato con altri due sotto gli alberi. Dimenticavo di dire che l’ing. Ferrero si era fatto costruire, proprio dal geom. Traversa, un rifugio nel fianco della collina che sovrasta l’allora fornace. In quel cunicolo scavato nella terra passava tutte le ore di ufficio; eppure al momento del bombardamento si trovò in paese.
Chiodo ed io ci fermammo per rispondere che andavamo a vedere cosa era accaduto e per aiutare feriti. Armando Traversa, invece prosegui. Quei pochi istanti di sosta salvarono me e Chiodo: improvviso risentimmo il rombo dei motori e mentre noi due fuggivamo nuovamente sulla collina, a poche decine di metri, in paese, fu ancora il finimondo. Il povero Armando, invece, non fece in tempo e il suo corpo fu ritrovato otto giorni dopo in mezzo alla strada coperto dalle macerie. Rimanemmo nascosti sotto i cespugli. Subito dopo giunse una maestra con parecchi ragazzi, mi pare dell’asilo o della prima elementare, che urlavano e si agitavano per lo spavento. Dal cielo
arrivarono i caccia (o caccia-bombardieri che fossero) a mitragliare. Piombavano su di noi e vedevamo le fiammelle delle mitragliere, ma il loro obbiettivo era la strada e la ferrovia verso Tortona. Aiutammo la maestra e tenere fermi e nascosti i bambini. Infine i mitragliamenti si allontanarono sempre più verso Tortona. Capivamo che era tempo di correre in paese ma eravamo immobilizzati dalla paura. Ad un certo punto vedemmo spuntare due miei colleghi, Polesel ed un altro, sporchi di polvere e di sangue, stralunati, con gli abiti stracciati, ma con sotto il braccio la brava pagnotella: nemmeno sotto le bombe l’avevano mollata!. Lo choc subito ci aveva quasi convinti di essere gli unici scampati: il vedere quei due ci scosse e ci fece finalmente decidere di tornare in paese. Ciò che trovammo lo si vede dalle foto che il maestro Capelletti di Villalvernia ha gentilmente prestato. La Canonica e il Municipio erano in piedi. Sulla porta della canonica un bimbo aveva il capo troncato di netto; sui gradini del Municipio c’erano tre morti: due bambini e il capo della Contabilità, Pandolfi, che proprio quel giorno era a Villalvernia anziché a Spineto. La villetta della bambina bionda era letteralmente scomparsa e mi si disse ,in seguito, di quella povera piccola non si trovò nulla: su di essa erano esplose le bombe. La Società Operaia distrutta, come pure l’Albergo più in basso. Altre distruzioni nel centro del paese; il pavimento della Chiesa, intatta, servi’ da ricovero delle tante salme. Dei 31 ferrovieri morti e dei non so quanti feriti, la maggior parte perì tra le macerie della Società Operaia. Quando riuscì ad entrare nel mio ufficio trovai l’ispettore Paolini seduto sulla mia sedia, riverso contro il radiatore. Lo aveva ucciso uno spezzone di ramo d’albero che gli si era conficcato nel torace. Inoltre aveva il cranio fracassato dall’urto contro il radiatore. Era ormai freddo. Su di un tavolo qualcuno aveva deposto il collega Cavini. Usando come barella una porta divelta, Chiodo ed io scavalcando montagne di macerie e scendendo nelle immense buche fatte dalle bombe, lo portammo sulla statale dove autocarri provvedevano al successivo trasporto a Tortona: Malgrado le gravi ferite, Cavini si salvò, come si salvò un altro collega, Valenza , la cui scrivania era accanto alla mia , e che aveva avuto le gambe stroncate. Continuammo a scavare fra le macerie fino a quando giunsero i tedeschi con i fucili invece delle necessarie pale.
Era ormai tardi e, alla chetichella, andammo a ricuperare le nostre biciclette: la mia aveva il manubrio spezzato a metà ,ma funzionava. Al traghetto dello Scrivia, con nostra meraviglia, c’era Pidrein. Aveva le lacrime agli occhi ed era sporco di polvere e sangue: aveva dissotterrato dalle macerie diversi componenti la sua famiglia (questo lo seppi in seguito) ed era poi ritornato alla barca perché “la gente doveva passare”. Ma rifiutò il solito compenso. Quella cartella della corrispondenza “da firmare” quel giorno, preparata da chi morì al posto mio, la ritrovai a Genova dopo la Liberazione.

Aldo Rossi

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Pubblicato il 25 novembre 2008 su Storia locale. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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